Kobudo

Il programma tecnico del Kobudo di Soke R.Clark consiste nello studio dettagliato di attacchi, parate, kata, applicazioni e storia delle principali armi tradizionali, non solo quelle tipiche di Okinawa, ma più in generale quelle caratteriche del medioevo giapponese (nunchaku, sai, tonfa, bo, kama, katana, wakizashi, jo, naginata, tessen, yawari, manrikigusari).
Lo studio del Kobudo non è fine a sè stesso, perchè saper utilizzare con disinvoltura le armi tradizionali significa non solo migliorare la coordinazione e avvicinarsi a una cultura secolare, ma anche saper maneggiare con ottime capacità di adattamento oggetti d’uso comune che possono essere d’aiuto per mettere fuori combattimento un aggressore.

Cenni storici

Il Kobudo nasce ad Okinawa, la più grande delle isole Ryu-Kyu poste tra il Giappone e le coste orientali della Cina, posizione di importanza strategica nella rete di comunicazione con i grandi centri commerciali dell’Est Asiatico. Okinawa divenne il centro di un commercio estremamente fiorente, soprattutto dopo il 1429, anno in cui si instaurò nell’isola la prima dinastia Sho che pose fine ad un periodo di instabilità provocato da una guerriglia interna. Nel 1470 tuttavia crollò la dinastia regnante, a cui seguì un periodo di agitazione fino alla restaurazione della nuova dinastia Sho sette anni dopo. La nuova casa regnante dovette affrontare fin da subito l’indisciplina di alcuni signori ribelli e così nel 1483 venne promulgato un editto secondo il quale nessuno (nobile o plebeo) avrebbe potuto portare armi; si stabilì quindi che tutte le armi fossero portate al castello di Shuri e che tutti i nobili prendessero stabile dimora nella capitale reale sotto il diretto controllo del re.
Lo stato di benessere continuò fino al 1609, anno in cui Okinawa si rifiutò di sottostare allo Shogun, ostacolando così l’unificazione del Giappone. Okinawa allora fu occupata e sottomessa, il re venne portato a Edo (=Tokyo) e rilasciato soltanto dopo essere stato trasformato in una importante pedina politica giapponese. L’editto che vietava l’uso delle armi restò in vigore solo per gli abitanti dell’isola, non certo per i samurai che venivano dal Giappone. Tale situazione portò allo sviluppo delle Arti Marziali dell’isola, per il bisogno di difendere la propria famiglia, i propri beni e i propri raccolti dagli invasori e dai ladri. Gli agricoltori e i pescatori svilupparono, grazie anche alla tradizione cinese, uno stile che utilizzava gli attrezzi del proprio mestiere come vere e proprie armi: il Kobudo.
Così come i loro antichi predecessori che si opponevano ai Signori di Okinawa, gli attuali praticanti del Kobudo si allenavano con i kata, che rappresentano la tradizione da tramandare da Maestro ad Allievo per preservare le caratteristiche e i segreti di uno stile. I kata sono studiati per consentire di raggiungere la perfezione dei movimenti e la coordinazione tra corpo e arma, la quale tende a diventare una naturale “estensione” del proprio corpo.

Nunchaku

Il nunchaku era uno strumento agricolo che serviva per battere i covoni di frumento o i fasci delle piante di riso dopo l’essicazione per separare le cariossidi dal culmo. Questo è uno strumento agricolo diffuso anche nelle altre culture: così come per i falcetti e i bastoni, qualcosa di simile esisteva anche in Italia. In Cina era più frequente quello a tre segmenti, che consentiva anche di legare i fasci.
Il nunchaku era formato da due bastoncini uniti con fili di seta o budello di bufalo e il loro utilizzo consiste nel farli roteare con grande velocità, richiedendo una buona capacità di coordinazione.

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Sai

Importati dalla Cina, ma di origine indiana, i sai venivano usati per arare la terra e piantare le sementi nei solchi. Utilizzati come armi risultano efficaci nella difesa da spade e bastoni. In tale contesto venivano impugnati due sai (uno per mano) per intercettare e deviare i fendenti, per poi contrattaccare. Una volta erano armi appuntite e spesso si decideva di usare il sai come arma da lancio ravvicinata, infatti di solito si portava alla cintura un terzo sai. Una variante del sai è il jutte che venne utilizzato dalla polizia giapponese per difesa e bloccaggi, andando ad agire con pressioni su punti sensibili.

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Tonfa

Il tonfa era un’arma conosciuta nel centro e nel nord della Cina come il “regolo di Jano”. Un Maestro cinese di tonfa affrontò nell’isola di Bokuto il Maestro Matsu Higa armato di bo, arma in cui eccelleva. Il Maestro cinese rimase impressionato dallo stile e dalla bravura di Higa nell’uso del bo (unica arma del Kobudo che si è sviluppata in modo autonomo nell’isola di Okinawa senza subire influenze cinesi), al punto da volergli insegnare l’arte del tonfa, che venne successivamente introdotto nella pratica marziale del Kobudo.
Il tonfa era la manovella che serviva a far girare la macina del grano e poteva essere tolta facilmente dalla macina, così da essere utilizzata come arma. Una salda impugnatura consente di proteggere tutto l’avambraccio e di poter colpire con l’estremità sporgente o con rapido movimento rotatorio. Se ne utilizzavano di solito uno per mano.
Oggi i corpi di polizia di diversi paesi, tra cui Stati Uniti e Canada, hanno in dotazione quest’arma data la sua versatilità, perchè può anche essere utilizzato per effettuare tecniche di bloccaggio.

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Bo

Fra tutte le armi di Okinawa il bo è l’unica a non aver subito influenze dirette dalla Cina, ma il suo stile si sviluppò in maniera autonoma e divenne talmente efficace da mettere in condizione di affrontare i samurai e i pirati che infestavano i mari circostanti. Per esempio Matsu Higa, esperto nell’Arte del Bo, combattè contro i tagliatori di teste di Formosa e contro i pirati giapponesi provenienti da nord senza mai perdere una battaglia.
L’aspetto inoffensivo del bo tradisce una natura insidiosa, perchè il bo nelle mani di un Maestro diventa un’arma terribile. Si impugna con entrambe le mani per conferirgli più forza e precisione. Il diametro del bo diminuisce dal centro alle estremità e questo comporta un duplice vantaggio: il controllo e la velocità durante la rotazione aumentano, ed inoltre risulta più difficile intrappolarlo con una catena.

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Kama

Il kama era l’unico utensile munito di lama consentito, perchè serviva per mietere il grano. Doveva essere utilizzato per parecchie ore al giorno e quindi era uno strumento leggero, dalla lunga lama curva. Come efficace arma da combattimento subì modifiche e divenne più robusto, in modo da poter resistere ad impatti pesanti, e l’impugnatura venne avvolta con una corda intrecciata per migliorare la presa, come per le spade. Veniva usato singolo o in coppia.

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Katana

La katana è la spada lunga giapponese. Anche se molti giapponesi usano questa parola per indicare genericamente una spada, il termine Katana (o più precisamente uchigatana) si riferisce ad una specifica spada a lama curva e a taglio singolo usata dai samurai.
Nonostante permettesse tranquillamente di stoccare, veniva usata principalmente per colpire con dei fendenti, impugnata ad una o due mani. Quest’ultima diventò la maniera più comune, sebbene Musashi Miyamoto, nel Libro dei Cinque Anelli, raccomandasse la tecnica a due spade, che presupponeva l’impugnatura singola. Veniva indossata con la parte concava della lama rivolta verso il basso, in modo da poterla sguainare velocemente con abili movimenti.
L’arma era portata di solito dai membri della classe guerriera insieme al wakizashi, o spada corta. La combinazione delle due spade era chiamate daisho, e rappresentava il potere o classe sociale e l’onore dei samurai, i guerrieri che obbedivano al daimyo (feudatario). Più precisamente la combinazione daisho era costituita fino al XVII secolo da tachi e tanto, e solo in seguito da katana e wakizashi.

 

Storia
La produzione di spade in ferro inizia in Giappone alla fine del IV secolo. Le katana cominciano ad apparire intorno alla metà del periodo Muromachi (1392-1573). Nel successivo periodo Momoyama (1573-1614) si realizza un grande sviluppo sia tecnologico che estetico. Con l’epoca Tokugawa (1603-1868) le lame di lunghezza superiore ai 2 shaku (60,6 cm) furono riservate ai samurai e vietate a tutti gli altri cittadini. Dopo la restaurazione imperiale del periodo Meiji (1868-1912), con l’editto Haitorei del 1876, venne dichiarata estinta la casta dei samurai e quindi il portare in pubblico il Daisho, loro simbolo sociale.
Con quest’atto (1876) termina la grande fioritura dell’arte della forgiatura delle spade. La produzione riprende in sordina con l’era Taisho ma ormai solo per preservare le tecniche costruttive che per effettiva necessità. Negli anni della seconda guerra mondiale la produzione raggiunge numeri rilevanti ma la qualità è ben lontana da quella degli anni d’oro. Dal dopoguerra la produzione muta orientamento riprendendo la migliore tradizione. In epoca contemporanea, grazie anche all’impulso di un collezionismo attento e appassionato, in Giappone e all’estero, si ritorna a produrre pezzi di grande pregio. Nel contempo i pezzi creati da grandi maestri del passato, ma anche di quelli contemporanei, raggiungono quotazioni elevatissime.
Da quando l’arte della pratica nell’uso della spada per i suoi scopi originari è diventata obsoleta, il kenjutsu viene sostituito dal gendai budo, moderni stili di combattimento per altrettanto moderni combattenti. L’arte di usare la katana si chiama iaido, battojutsu o iaijutsu, mentre il kendo è una scherma praticata con la shinai, una spada di bambù, in cui i praticanti sono protetti dal tipico elmetto e dall’armatura tradizionale.

Morfologia
La montatura della katana è costituita da impugnatura (tsuka), elsa o guardia (tsuba) e fodero (saya). L’impugnatura in legno era ricoperta di pelle di razza (same), rivestita con una fettuccia di seta intrecciata (tsukaito). Il fodero era realizzato in legno di magnolia laccato. La tsuba, posta tra il manico e la lama per evitare le lesioni alle mani da scivolamenti sulla lama, era metallica, finemente intagliata, spesso un’opera d’arte.
La lama vera e propria invece si divide in codolo (Nakago), corpo della lama e punta (Kissaki). Vista invece dal dorso al tagliente la lama si divide in:
Mune: il dorso della lama. Può essere distinto in vari tipi: Hikushi ‘basso’, Takashi ‘alto’, Mitsu ‘a tre lati’, Hira o Kaku ‘piatto’, Maru ‘arrotondato’;
shinogi-ji: il primo dei due piani che formano la guancia della lama, lucidato a specchio. Su di esso di possono trovare profonde incisioni longitudinali, solitamente sul primo terzo della lama, rappresentanti disegni (horimono) o caratteri sanscriti (bonji). Sempre su di esso può essere presente un solco da entrambi i lati (Hi) il cui fine principale è l’alleggerimento ed un ulteriore bilanciamento della lama;
Shinogi: Linea di divisione tra i piani. Nella forma di lama denomitata shinogi-zukuri, dopo il cambio di piano del kissaki determinato dalla linea di yokote, lo shinogi prende il nome di ko-shinogi;
Il secondo dei due piani che formano la guancia della lama (Hira), non lucidato per permettere la struttura della lama (Hada);
Linea di tempra (Hamon) Parte temprata ed affilata (Ha)

Procedimento costruttivo
La katana veniva forgiata alternando strati di ferro acciaioso, con percentuali variabili di carbonio. L’alternanza di strati di acciaio dolce e acciaio duro le conferiva la massima resistenza e flessibilità. Si partiva da un blocchetto di ferro (tamahagane) che veniva riscaldato e lavorato mediante piegatura e martellatura. Le piegature successive producevano un numero di strati molto elevato: poiché ad ogni piegatura il numero degli strati veniva raddoppiato, con la prima piegatura da 2 strati se ne ottenevano 4, con la seconda 8 e così via. Alla fine della lavorazione, dopo 15 ripiegature, si arrivava a 32.768. Ulteriori ripiegature erano considerate inutili in quanto non miglioravano le caratteristiche finali.
Successivamente veniva definita la forma generale della lama: la lunghezza, la curvatura, la forma della punta (kissaki). Il filo veniva indurito mediante riscaldamento e successivo raffreddamento in acqua (tempra). La lama veniva poi sottoposta ad un lungo procedimento di lucidatura eseguito con pietre abrasive di grana sempre più fine. L’ultima finitura era eseguita manualmente con particolari barrette di acciaio. Tutto il procedimento veniva effettuato in modo da esaltare il più possibile le caratteristiche estetiche della lama.
Il procedimento costruttivo tradizionale viene ancor oggi tramandato di generazione in genenerazione, dal Mastro forgiatore all’Allievo forgiatore. La tecnica di forgiatura prevede generalmenente le seguenti fasi:
Fase I. preparazione dei materiali per la fusione: grande quantità di carbone, ciotola di pezzi di ferro sminuzzato e ciotola di minerale di ferro
1. fusione: in una fornace di piccole dimensioni, all’aperto o nella fucina
2. raccolta del pezzo d’acciaio di fusione in una ciotola apposita
3. trasformazione del pezzo di fusione in un blocco approssimativamente cubico d’acciaio
Fase II. pulizia delle crepe e delle irregolarità:
1. il blocco cubico grezzo viene sottoposto a pulizia
2. viene forgiato e trasformato in un parallelepipedo, contenente ancora molte crepe e sporgenze irregolari
3. viene ulteriormente forgiato e sezionato a metà
4. questo processo viene ripetuto da quattro a otto volte, prima che il pezzo d’acciaio sia pulito e utilizzabile
Fase III. forgiatura:
il parallelepipedo d’acciaio viene sottoposto a forgiatura, portandolo al calor rosso e battendolo, piegandolo e ribattendolo decine di volte, come spiegato sopra, fino ad ottenere una stratificazione dell’acciaio, chiamata (in europa) damasco (perché i primi ad aver fatto spade di questo tipo sono stati gli arabi nel Medioevo). Questa stratificazione é necessaria per rendere la lama flessibile ma nel contempo molto dura, addirittura così dura da non intaccarsi nemmeno con fendenti di lama su corazza o su altra spada. L’estrema durezza permette inoltre di affilare un filo molto fine e quindi molto tagliente senza renderlo troppo fragile.
Fase IV. forgiatura finale:
per ottenere la forma finale della spada, si uniscono due pezzi d’acciaio damascati, formando un’anima interna, un filo e un dorso esterni
Fase V. tempratura:
dopo che il dorso è stato parzialmente ricoperto d’argilla la lama viene portata al calor rosso, poi viene immersa in acqua tiepida circa a 37° Centigradi. Questa tempratura differenziata permette di ottenere un dorso più flessibile ed un filo più duro.
Fase VI. molatura:
1. sgrezzatura o prima molatura
2. seguono almeno quattro gradi di pulitura usando mole sempre più fini, in Occidente a macchina e in Oriente a mano
3. affilatura finale
A questo punto la lama é finita e si provvede ad immanicarla e a darle un fodero di legno di vari tipi e qualità.
Anche qui, é presente tutto un lavoro artigianale specialistico, del quale i punti più importanti sono:
* il mekugi ana un piccolo foro nel corpo (nakago) della spada, nel quale si fissa un piccolo cono di legno, chiamato caviglia (mekugi) che fissa il corpo della spada al manico.
* la fettuccia (tsuka-ito)con la quale si avvolge l’impugnatura, sia per fissare la caviglia, sia per avere una migliore presa che per l’assorbimento del sudore.
Il codolo (nakago), cioè la parte terminale, veniva rifinito con colpi di lima disposti in varie forme a seconda delle scuole e delle epoche.
Il particolare tipo di tempratura “differenziata”, tra dorso e filo, produce una linea di colore leggermente diverso sul tagliente, detta Hamon La forma dell’Hamon costituisce un segno identificativo, per un occhio esperto, dell’epoca della lama e dell’autore Mastro fabbro. Riportiamo per esempio alcuni tipi di Hamon, dei quali alcuni chiamati con nomi fantasiosi:
* Ko-midare, dritta frastagliata piccola, tipica dell’era Heian (987-1183)
* Sugu-ha, dritta, tipica dell’era Kamakura (1184-1231)
* Notare-ha, finemente ondulata, Era delle Dinastie Nordiche e Meridionali (1334 -1393)
* Hitatsura, pieno, Era delle Dinastie Nordiche e Meridionali (1334 -1393)
* Midare-ha, non dritta, Era del Periodo di Mezzo Muromachi (dopo il 1467)
* Gonome-ha, ondulata largheggiante come le nuvole, Periodo di Koto (circa 1550)
* Kiku-sui-ha, a fiori di crisantemo che galleggiano sull’acqua, che i francesi chiamano extremement alambiquè, perché è simile ai vapori che si producono nell’alambicco Primo Periodo dell’Era di Edo (1600)
* Sambon-sugi-ha, raffigurante gruppi di tre abeti, ove il centrale è più alto degli altri due, periodo Edo (1688-1704)
* Toran-ha, ondulato come le onde dell’oceano, Periodo Finale di Edo (1822)
La parte di Hamon visibile sulla punta della lama (kissaki) si chiama boshi. Vi sono più tipi di boshi :
* Kaen boshi, a forma di fiamma, Era Hogen (1156-1159)
* Jizo boshi, a forma di testa di prete, Era Hogen (1156-1159)
* Kaeri tsuyoshi boshi, solo sul dorso della punta, rivoltato, Primo Periodo Kamakura (1170-1180)
* Ichimai boshi, area della punta interamente temprata, Periodo Kamakura (1170-1180)
* Yaki zumete boshi, attorno al filo della punta, che termina sul dorso senza Kaeri, Periodo Meiji (1868-1912)
* Mru boshi, a forma di gruppo di persone
* Midare boshi area temprata irregolarmente, Era Hogen (1156-1159)
I primi forgiatori di spada giapponesi erano monaci buddhisti Tendai o monaci di montagna guerrieri chiamati Yamabushi. Avevano conoscenza vastissime per la loro epoca e il luogo in cui vivevano: erano alchimisti, poeti, letterati, invincibili combattenti e forgiatori di lama. Per loro la costruzione di una lama costituiva una vera e propria pratica ascetica. Erano talmente temuti che venivano considerati fantasmi e nessuno osava disturbarli.

Cura e conservazione della katana
La cura e la conservazione della katana segue le stesse regole generali che si applicano nel rituale del thè o nella calligrafia o nel bonsai o nell’arte di disporre i fiori (Ikebana).
Dopo aver smontato la lama dal Koshirae la si cosparge con una polvere ricavata dall’ultima pietra utilizzata per la politura (Uchigomori) tramite un tamponcino. Successivamente, usando della carta di riso piegata tra pollice ed indice, si rimuove la stessa con un movimento dal nakago al kissaki pinzando la lama con il mune verso la mano. Successivamente con un altro panno leggero (o sempre con carta di riso) imbevuto parzialmente di olio di garofano raffinato si passa di nuovo tutta la lama con lo stesso movimento utilizzato per rimuovere la polvere di uchigomori. La prima operazione rimuove tracce di ossidazione e grasso lasciato dalle dita durante il rinfodero, la seconda operazione invece serve per evitare ossidazioni successive.
In montature utilizzate per l’esposizione si può notare un nodo caratteristico più o meno complesso attorno al kurikata fatto con il sageo.

Etichetta della tecnica di katana
Le tecniche di katana essenzialmente sono tecniche di estrazione veloce della spada, da qualunque posizione (seduto, in piedi, ecc.) una persona possa trovarsi ed hanno una loro “etichetta”, sia formale che sostanziale. Fanno parte di una trattazione specialistica e si imparano nella palestra (dojo) di scherma direttamente dal Maestro.

Tachi
Il tachi è una spada giapponese, che spesso è più curva e leggermente più lunga della katana (che in giapponese significa semplicemente spada). Comunque Gilbertson, Oscar Ratti, ed Adele Westbrook definiscono che una spada è definita tachi quando si può aggangiare all’ obi (cintura), con la lama rivolta verso il basso, mentre la stessa spada diventa una katana quando la lama è rivolta verso l’alto e viene infilata nella cintura. Lo stile “tachi” venne abbandonato a favore della katana. I daito (spade lunghe) che anticipano il periodo della katana hanno una lunghezza della lama di circa 78cm, superiore a quella della katana che arriva a circa 70cm. Rispetto al modo tradizionale di indossare la katana, il tachi viene agganciato alla cintura con il lato tagliente verso il basso, e di solito era utilizzato dalla cavalleria. Se vi sono variazioni sulla lunghezza media del tachi, vengono aggiunti i prefissi ko- se è “più corta” e o- se è “più lunga”. Per esempio, tachi che erano shoto e la cui lunghezza era vicina ad un wakizashi venivano chiamati kodachi. Il tachi esistente più lungo (risale al XV secolo odachi) ha una lunghezza totale superiore ai 3,7 m (2,2 m di lama) ma ha una funzione cerimoniale. Durante l’anno 1600, i vecchi tachi vennero tagliati e convertiti in katane. La maggior parte delle lame tachi che vennero tagliate ora sono o-suriage, così è raro trovare degli originali marchiati ubu tachi.
Il tachi è stato utilizzato principalmente a cavallo, in cui veniva impiegato efficaciemente per debellare la fanteria nemica. In ogni caso, anche sul terreno si dimostrava un’arma efficace, ma scomoda da utilizzare. Questo è il motivo per cui il suo compagno, il uchigatana (il predecessore della katana), venne sviluppato.
E’ stato il predecessore della katana come la lama da battaglia del bushi (classe guerriera) feudale giapponese, e successivamente venne utilizzato per altri scopi. Tachi e katana sono stati spesso distinti l’uno dall’altro solo per il modo con cui sono stati indossati e dagli accessori per le lame. È stato durante l’invasione mongola che il tachi ha mostrato i propri punti deboli, il che ha portato allo sviluppo della Katana.[1] Nella storia feudale giapponese più recente, durante i periodi Sengoku e Edo, alcuni guerrieri di alto rango facenti parte di quella che sarebbe diventata la classe dirigente iniziarono ad indossare la loro spada nello stile tachi (con la lama verso il basso), piuttosto che nello stile saya, infilata nella cintura con la lama verso l’alto.

(da Wikipedia)

Wakizashi

La wakizashi era solitamente portata dai samurai insieme alla katana. Quando indossate insieme la coppia di spade era detta daisho, che si può tradurre come “grande e piccola”; dai (“grande”) per la katana e sho (“piccola”) per la wakizashi. Mentre il samurai poteva (a volte) abbandonare la sua katana, per esempio in caso di visite ufficiali, egli non si separava mai dal wakizashi, che veniva chiamato “il guardiano dell’onore”.
La coppia di spade veniva portata dal samurai infilandole nella cintura: la katana al fianco sinistro, ed il wakizashi davanti al ventre (hara) (sede dello spirito dell’uomo per i Giapponesi).
Le tecniche sono simili a quelle della sua controparte più grande ma più limitate, data la ridotta dimensione dell’arma, compensata tuttavia dalla rapidità sorprendente che rende il Wakizashi un’arma temibile per i combattimenti a corta distanza.

(da Wikipedia)

Jo Naginata

Il naginata è un’arma ad asta giapponese di solito costituita da una lunga lama ricurva ad un solo filo, che si allarga verso l’estremità, montata grazie ad un lungo codolo su un’asta di varia lunghezza, ma in genere più breve di una lancia o yari. Ricorda i “falcioni” del medioevo europeo. Verso l’era Tokugawa, relativamente pacifica, divenne un’arma desueta in battaglia ma continuò ad essere utilizzata per il combattimento individuale e per la difesa degli edifici o delle dimore private. Probabilmente per questo il suo uso si diffuse specialmente tra le donne della classe militare o Buke, vere amministratrici della casa. L’arte marziale (detta Naginata-do o naginatajutsu) che ne trasmette l’uso faceva comunque parte del bagaglio tecnico classico del guerriero. Le tecniche di Naginata richiamano quelle del bastone lungo ma enfatizzano i colpi portati con la lama, a cui si applica il movimento di taglio tirando verso di sé l’arma nel momento in cui la lama impatta sul nemico, allo scopo di provocare profondi ed estesi tagli.

(da Wikipedia)

Tessen

Il Tessen, o tetsu-ten (tetsu vuol dire ferro), è uno dei ventagli da combattimento giapponesi. Lungo tipicamente circa 35 cm, ne esistono di due tipi:
• menhari-gata, di seta o di washi (una carta molto resistente), decorato, a volte anche con lamine di oro o argento, o trattato con petrolio. Ha le stecche fatte o rinforzate con ferro (a volte tutte, in genere 8 o 10, a volte solo quelle esterne);
• tenarashi-gata, oggetti completamente in ferro a forma di ventaglio chiuso. I tenarashi-gata erano i più popolari tra i samurai, i quali li usavano anche contro gli avversari di rango inferiore, perché usare la spada contro questi era considerato disdicevole.
L’arte marziale del tessen è il tessenjutsu.
Perché un ventaglio come arma?
L’etichetta del tempo vietava di portare armi all’interno di abitazioni e castelli, per cui i tessen venivano indossati dai samurai come parte dell’abbigliamento, come era usanza fare con i ventagli normali, che avevano un ruolo nell’etichetta giapponese. Venivano portati sia infilati nell’obi (la cintura) o tenuti in mano e potevano essere utilizzati come difesa improvvisata.
I tessen venivano costruiti principalmente con la forma di altri tre tipi di ventaglio:
• sensu-gata, il ventaglio comune;
• maiohgi-gata, i tradizionali ventagli degli spettacoli giapponesi;
• bessen-gata, i ventagli usati per dirigere le truppe militari in guerra.

(da Wikipedia)

Yawari stick

Manrikigusari